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“VERDE” di Jesse the Faccio, e i suoi incastri di parole dal sapore punk

di Anna Signorelli


Un ritorno veloce quello di Jesse the Faccio, artista padovano che porta avanti il suo progetto dalle sonorità lo-fi ravvivando la scena veneta.

Dopo l’esordio con I soldi per New York”, torna con “Verde”, il secondo disco, uscito il 13 marzo, che, indovinate un po’? Era anche un venerdì. Sì, venerdì 13, con una pandemia globale in corso. Se fossimo superstiziosi, penso concorderemmo tutti sul fatto che la data scelta non sia esattamente di buon auspicio; è pur vero, però, che noi delle superstizioni non ce ne facciamo nulla, e a quanto pare nemmeno Jesse, che ci regala il risultato di un lavoro molto interessante.


Il disco si apre con "VERDE", la title track, veloce, incalzante, che esprime così la disillusione della vita, una sensazione che credo possa essere facilmente estesa a tutti quelli che si affacciano al mondo tra i venti e i trent’anni. "DITA GIALLE", la traccia seguente, si lega come fosse un tutt’uno a "VERDE", e continua con una visione dell’amore a cui ci hanno abituato gli ultimi anni di musica “indie”: disicantato, fisso spesso sui particolari che più si discostano dalla bellezza oggettiva, come appunto le dita gialle per le troppe sigarette, un sentimento che spesso si regge su relazioni traballanti in cui ognuno si appoggia e sostiene l’altro come può. Una frase su tutte mi sembra riassumere il mood di questa canzone: “dita gialle / non ho bisogno d’amarmi / e tu?”.


Il ritmo sostenuto e la convinzione che riporre speranza nel mondo porti a ben scarsi risultati continua nelle atmosfere di "666", "YAZ" (che per tante di noi ragazze è un nome che salta subito all’occhio) e "UNTITLED", una delle tracce che ho preferito per la scelta e l’incastro attento delle parole usate da Jesse.


Troviamo poi "VERDE PT.2", un brano strumentale che si rivela uno spartiacque nel corso del disco, anche a livello concettuale; "2011", la traccia immediatamente seguente, è una ballad che rallenta sul ritmo tenuto fino a questo punto, e partendo da associazioni libere di idee si trasforma in una riflessione introspettiva di grande lucidità sul sé e il rapporto quotidiano con l’altro (“ma quant’è più facile mentire / tanto la risposta che ti senti dare / non ti può toccare perché / non è frutto di verità”), con il proprio dolore e la propria identità, che a volte si scontra con i dettami sociali: “ma dove è maschio e dove è forza / ma quale maschio e quale forza / e quale verità”.



Dopo "AMEN" inizia "CAVIGLIE", il singolo che già avevamo potuto ascoltare come anticipazione del disco, una canzone d’amore molto bella e zeppa di metafore: diventa quasi un gioco, ascoltandola, dare un proprio significato alle parole che cantiamo.

"NISSAN" ha l’insensatezza coesa tipica dei sogni - sembra non avere un filo logico eppure le immagini che racconta sono vivide e, alla fine, assumono un proprio senso anche per noi che non ne siamo gli autori.


L’album si chiude poi con "TTMB", che conferma, per quanto mi riguarda, il punto forte di Jesse, ovvero l’abilità nell’utilizzo della parola. In questa traccia in particolare ogni sillaba si incastra con quella successiva, come fosse lo stream of consciousness di un dizionario, in una maniera che mi ricorda tanto gli incastri tipici delle parole crociate.


Gli arrangiamenti lo-fi che caratterizzano le sonorità di Jesse the Faccio alleggeriscono e accompagnano bene, quindi, quello che si rivela essere il vero punto di forza e di unicità di questo disco, ovvero dei testi pensati, da buon cantautore italiano, e una cura non comune nella scelta dei vocaboli.

Buon ascolto.



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