• Ludovica Petrilli

Intervista ai Moca: "Oplà! Siamo arrivati"

A un anno di distanza dall'approdo sulle più importati playlist di Spotify ( Viral 50- Italia, New Music Friday, Indie Italia, Scuola Indie), i Moca pubblicano il loro debut album "OPLA'" per La Clinica Dischi e Aguaplano Records.

La band debutta ufficialmente nel 2018 con la pubblicazione di "Amira" e "Soffritto di sertralina" . I successivi singoli del 2019 "Relazionatore" e "Baillame" ricevono ottimi feedback da parte del pubblico e dagli addetti ai lavori, fino a superare il mezzo milione di ascolti. Nel 2020 pubblicano "Varanasi" che doveva essere l'ultimo singolo prima della pubblicazione dell'album, prevista per il 27 marzo, ma a causa del covid la data viene spostata e quel giorno uscì il singolo "Oh Cielo".

Il 19 giugno esce finalmente Oplà che li consacra come una tra le band emergenti più interessanti del panorama italiano.

In occasione dell'uscita del loro album li abbiamo intervistati per saperne di più.



Ciao ragazzi! Come nasce la vostra band e perché avete deciso di chiamarvi Moca?

Ciao! Abbiamo iniziato a suonare insieme nel 2018, già ci conoscevamo e c’erano diversi brani in cantiere, quindi il pensiero è stato: “perché no? proviamo!”. Purtroppo non c’è nessuna grande storia da raccontare dietro il nome MOCA (forse dovremmo inventarne una).Era semplicemente l’unica parola che riuscisse a metterci d’accordo tutti e 5, ognuno di noi gli da il proprio significato. E da qui uno spunto di riflessione: è strano come una cosa apparentemente poco sensata possa mettere d’accordo molto più di qualsiasi concetto ferrato.


"Oplà" è il titolo del vostro album di debutto. Perché questo nome? Ci raccontate com'è nato e come si è sviluppato questo disco?

Io l’ho sempre visto come “Oplà! siamo arrivati”. È un disco su cui abbiamo lavorato e meditato molto, non a caso ci ha messo 2 anni ad uscire! Dopo il singolo Relazionatore, che in un qualche modo ha dato vita al sound del gruppo, i brani sono nati nei modi più disparati: alcuni arrivano in studio già navigati, altri sono proprio frutto di una stretta collaborazione con il nostro produttore ELLE, anche lui ha messo tutto sé stesso in quest’album.

Ascoltando il vostro album ci sono delle parti e dei temi che mi hanno colpito. Cominciando dal brano che apre il vostro disco "Oh Cielo!", si parla del tempo che passa: "Ma passa il tempo e grazie al cielo". Che rapporto avete con il tempo?

Purtroppo un pessimo rapporto, un amore tossico. Il tempo si muove nella direzione in cui soffia il vento e passa velocemente da alleato a nemico.

Nel secondo brano "Promesse" suonate: "Lo sai che ho desideri da appendere ma molte cose da perdere". Quali sono i vostri desideri e a cosa saresti disposti a perdere per far sì che si avverino?

Promesse è una canzone nata di getto, tanto che nel frattempo non credo più davvero nelle promesse, o meglio penso che le vere promesse si facciano soltanto a sé stessi. Come si può promettere qualcosa in un mondo così dinamico? Sembra che ci voglia della malafede a fare una promessa. Il desiderio più grande è certamente di poter suonare tutti i giorni 24 ore al giorno, ma ci accontentiamo anche di un po’ di serenità. Ad oggi direi che si può perdere tutto pur di avere sé stessi, con la sognante speranza di non perdere nulla.


In "Piante" è presente una critica sociale. Le piante vengono considerate superiori all'uomo, esseri indipendenti che hanno quel contatto con la terra che noi uomini con il passare del tempo perdiamo sempre di più. Secondo voi, cosa dovrebbe fare l'uomo per essere considerato libero e non prigioniero di se stesso?

Le piante sono un po’ l’emblema della semplicità, organismi arcaici, abitano la terra da ben prima dell’uomo come lo conosciamo oggi, e a sua differenza non hanno la tendenza a complicare le cose. È davvero difficile rispondere bene a questa domanda perché ci si può sentire prigionieri anche quando si è liberi e viceversa. Secondo me la cosa più importante è la semplicità nel suo senso più spirituale.


Nelle vostre canzoni l'amore ha un aspetto malinconico, tanto che in "Bailamme" vi domandate se siete capaci ad amare. Come affrontate questa insicurezza e cos'è per voi l’amore?

L’insicurezza nasce dal fatto che non si può essere tanto certi di saper fare qualcosa. In senso costruttivo, è quasi sempre un vantaggio mettersi in dubbio. Vivere nel presente è forse sinonimo di amore, lasciare che i sentimenti fluiscano liberi senza mai dimenticare di amare la vita prima di chiunque altro!


Avete dei modelli musicali a cui vi ispirate?

Si ce ne sono molti! Essendo in 5 condividiamo le idee e la cultura di tutti, si può dire che per ogni strumento che suoniamo c’è un modello diverso, probabilmente anche per ogni brano. Il fatto è che siamo un po’ dei cacciatori di farfalle, qualsiasi cosa finisca nel retino siamo soddisfatti e ce lo mettiamo in un bel barattolo.


Il vostro album è uscito in un momento molto delicato a causa del covid. Avete pensato a un modo per presentare dal vivo questo progetto o aspetterete il prossimo anno?

L’album inizialmente sarebbe dovuto uscire a marzo, quindi avevamo già tutto pronto anche per suonare dal vivo, le prime date già confermate e annunciate, insomma le solite cose. L’emergenza sanitaria ha scombussolato tutti i piani, e quindi abbiamo deciso di splittare il nostro esordio in due album, o meglio due volumi. Il secondo capitolo uscirà quando farà più freddo e si potrà tornare ad abbracciarci e a suonare in giro in condizioni pseudo normali. Questa estate non penso succederanno grandi cose, ma sono molti i progetti in serbo per l’inverno. Abbiamo sempre puntato molto sul suonare dal vivo, anche perché è il modo migliore per farci conoscere così come siamo! È difficile chiudere 5 volti dietro un nome o un’immagine ed i social non possono mostrare la quotidianità di tutti. Sotto questo punto di vista ci sentiamo un po’ dietro una vetrina appannata, perciò niente è meglio di un buon concerto!

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