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Fare breccia nel muro del "Mainstream" ed allargare la nicchia del rock spregiudicato - Intervista

Mattia ha la faccia tosta di chi sa che sta facendo qualcosa di "scomodo", ma con risultati sorprendenti. Potremmo considerarla solamente una rivincita verso chi lo prendeva in giro a scuola, dicendogli che non sarebbe mai potuto diventare un cantante. Ma sarebbe riduttivo. Si tratta anche e soprattutto della sua necessità di sfogarsi attraversi testi e musica che si intrecciano, per dare vita al suo universo scuro e incazzato.


Nella società di oggi siamo tutti marchiati dalla responsabilità di dover avere sempre le idee chiare ed essere dei lavoratori instancabili disposti a mettere da parte i propri sogni per far spazio al profitto, che spesso fa rima con produttività. Mandark è un artista romano che ce l'ha con il mondo intero per questo e tanti altri motivi, lo scrive nei testi e lo urla forte.


"Ho una voce nella testa che proprio non vuole andarsene e mi dice: "Forse dovresti uscire, anche se il mondo ti odia e vuole vederti marcire" E ti dice che non ci puoi riuscireche quelli come te sono destinati a fallire"

Dopo aver pubblicato due EP, "Guai" nel 2020 e "Brividi" nel 2021, sono arrivati i primi singoli sotto scuderia Carosello Records, come "Umano", "Lola" e "Dio", che hanno riempito il 2022 di Mandark. Ora sotto la guida dell'etichetta Supernova Group, anche il 2023 è partito "Forte", proprio come il titolo di uno dei suoi ultimi singoli, che racchiude l'essenza di un'attitudine che è come un treno in corsa. Non c'è verso di fermarlo. Anzi, ti fa venire voglia di vedere dove arriverà.

L'ultimo singolo, "Mille ferite", è uscito da pochissimo. Ma Mandark è fatto così, non c'è tempo di gioire del risultato ottenuto, perchè c'è troppo lavoro da fare, troppi sentimenti da sbuffare fuori come fumo amaro, pazienza se c'è qualcuno a cui non sta bene.


Ispirato dalla prima ondata trap italiana e dal rock spregiudicato, Mattia si è già fatto notare in serate importanti come la Wendy Night a Milano e Spaghetti Unplugged All'Alcazar di Roma. La dimensione live è indispensabile per un ragazzo che vuole urlare in faccia alla gente quanto è importante lasciare a casa maschere e filtri, l'importante è essere se stessi, nel bene e nel male.


"Il mio cuore è comatoso, ha bisogno di una flebo Odio l'umanità per via dell'effetto placebo E non so te, ma mi piace andare Forte Amare me è come un presagio di morte. Non so se troverò mai le risposte. Non posso più cadere giù"

Ora prendetevi un po' di veleno, vi lascio all'intervista.



Ciao Mattia, come nasce la tua passione per la musica e come mai la scelta di questo nome, che credo sia riferito all’antagonista di “Nel laboratorio di Dexter”, giusto?

Ciao Luca, sei uno dei pochi che l’ha capito subito, che bello! Per il resto, la mia passione per la musica è nata per caso a 15 anni. Non vengo da una famiglia di musicisti, e nessuno mi ha trasmesso questo mondo. Mi è sempre piaciuto scrivere, però, e da lì è nato tutto. Ho iniziato con la trap, poi pian piano mi sono avvicinato alla musica rock, anche in base ai miei ascolti.

 

In effetti, nella tua musica si sente una sorta di ibrido tra trap e rock. Questa mescolanza è stata frutto di un percorso preciso, o è arrivata in maniera naturale?

Ho sempre cercato di fare musica spontanea, non mi sono mai detto “ok ora faccio qualcosa di trap, ora faccio qualcosa di rock”. Mi sono semplicemente lasciato trasportare. Ad oggi faccio un genere che mai avrei pensato di poter fare, e ne sono molto contento.

 

I tuoi testi sono molto schietti, sia nelle parole che nel modo di cantare, cosa che ti contraddistingue. Come nasce il tuo processo di scrittura?

Anche questo processo avviene in maniera spontanea, mi faccio spesso trasportare dalla mia rabbia. Sono una persona incazzata nei confronti della vita, e cerco di inserire tutto questo all’interno dei miei testi. Solitamente scrivo durante l’ascolto di una base, raramente faccio il contrario. Lascio che la musica mi trasporti, unita alla mia voglia di raccontare come sto.

 

Tra le tue canzoni, ho trovato molto interessante “Umano”, che è forse più riflessiva rispetto alle tue canzoni più recenti. In questo brano citi il caso, dicendo che un bravo essere umano aspetta che tutto accada in maniera naturale. Di cosa parla questa canzone? Sei veramente una persona che crede al caso, oppure pensi che tutto sia frutto di un disegno più grande?

Questa è una canzone molto complessa. È nata dopo la fine di una relazione che mi ha emotivamente distrutto, tanto da farmi rinchiudere dentro casa per un po’ di tempo. Avevo bisogno di rimettere insieme i pezzi. Per comporre questa canzone ci sono voluti sei mesi, dato che l’onda emotiva è stata bella forte. Per quanto riguarda la seconda domanda, credo che certe cose sono evidenti fin dalla nascita, come una persona che sa disegnare bene, o che ha talento come calciatore. Poi però entra in gioco anche il caso che, unito alla fortuna, riesce a determinare chi sei e cosa puoi ottenere, come se in qualche modo, però, fosse già stato scritto. Credo veramente che sia un 50 e 50.

 

Quanto è importante per te scrivere e sfogare tutta questa rabbia?

È la cosa più importante. Dato che sono un pelino arrabbiato, sento che questa è la strada giusta per poter far capire a tutti come mi sento, e magari per far riconoscere qualcuno nelle stesse parole. Voglio rendere la musica il mio lavoro, dato che è tutta la mia vita e non sono più disposto a scendere a compromessi. Mi è capitato di dover fare altri lavoretti per potermi mantenere, ma il sapere di dover impiegare tempo per fare qualcosa che non è quello che fa per me, mi distruggeva. Per carità, alle volte è necessario, ma spero che la musica resti sempre tutta la mia vita.

 

Il tuo nuovo singolo si intitola “Mille ferite” ed è uscito pochi giorni fa. Sei soddisfatto?

Questo è un singolo molto curioso, è frutto di un anno di stop che mi sono preso, in cui ho scritto veramente tanto. Anche in questa canzone do sfogo a tutta la mia rabbia ed incazzatura con il mondo. Mi piace molto sperimentare, in questo brano l’abbiamo fatto con i synth. Sono molto contento del risultato.

 

“Mille ferite” è uscito su New Music Friday, e ormai tutti conosciamo l’importanza di uscire su una playlist editoriale. Sei una persona che si sofferma molto su questi risultati, oppure non ci badi troppo?

Sono contento di questi piccoli traguardi, ma non ci bado molto, perché sono sempre focalizzato su tutto quello che voglio raggiungere veramente. La mia manager spesso mi dice “Ehy Mattia, siamo usciti su questa playlist, che bello!”. Io le rispondo che è fantastico, ma che c’è ancora tanto lavoro da fare. Perciò, non riesco a gioirne del tutto. Non voglio fare il presuntuoso, ma ho veramente grandi progetti nella mente, e non posso permettermi di fermarmi.

 

Ad un certo punto, in “Mille ferite” parli del mondo che in qualche modo vuole che tu fallisca. Sei una persona che soffre le critiche? Oppure te ne freghi e continui per la tua strada?

Non soffro le critiche perché ormai sono abituato fin da quando andavo a scuola, in cui venivo etichettato come lo strano che faceva musica e credeva di poter sfondare. Il bello è che ci credo talmente tanto che non permetto che questi giudizi mi fermino. Viviamo in una società dove a 16 anni si deve già sapere cosa si farà in futuro, si devono avere certezze. Tutti si aspettano che noi giovani possiamo raggiungere risultati straordinari nella vita, accollandoci i problemi di tutti i boomer che non ce l’hanno fatta. La mia rabbia nasce anche da questo, vado avanti per la mia strada, la musica è una parte di me, e non potrei abbandonarla neanche se volessi.


Quali sono stati gli ascolti che ti hanno ispirato nel tuo percorso musicale?

Primi su tutti, la Dark Polo Gang. Forse il primo vero accenno di trap in Italia, insieme a Sfera Ebbasta. Poi andando avanti, mi sono appassionato alle grandi band rock, per esempio gli Smashing Pumpkins, gli Arctic Monkeys. Ma i miei preferiti sono i My Chemical Romance, amo il loro sound scuro, e cerco di inserirlo anche all’interno delle mie produzioni.

 

Altro singolo molto interessante è “Forte”, veramente adrenalinico e punk rock. Un pezzo così “Forte”, che risonanza ha quando lo suoni live e quanto ti piace farlo?

“Forte” è un pezzo molto difficile da fare live, perchè non ha pause. Ma è sicuramente uno dei pezzi più fighi da suonare dal vivo, la gente ha sempre risposto bene.

 

Continuando a parlare di dimensione live, ultimamente ti sei esibito durante l’evento Wendy Night a Milano, insieme a tanti altri artisti. Poi mi ricordo una tua bella esibizione a Spaghetti Unplugged a Roma lo scorso anno. Quanto è importante per te esibirti, soprattutto con questo genere di musica così adrenalinico, e cosa stai preparando per le prossime date?

Il live per me è importantissimo in primis perché amo esibirmi, ma anche perché una volta era il ritorno economico principale di un artista. Nonostante oggi ci siano anche gli sponsor, gli ascolti sulle piattaforme, la dimensione live rimane predominante. Anche per avere un feedback dal pubblico riguardo il lavoro che è stato fatto in studio. La Wendy Night è stata pazzesca. C’erano tantissime persone, non solo milanesi, ma anche persone che si sono fatte ore ed ore di pullman per esserci. Sto preparando tante belle cose per i miei concerti, e la Wendy Night è stato solo un assaggio. Questo genere musicale è molto seguito, anche se non sembra, perché siamo abituati ad ascoltare tutto ciò che fa classifica. Adesso che la classifica è fatta anche da rap e rock, generi notoriamente più di “nicchia”, molti si stanno accorgendo delle loro potenzialità.

 

A questo punto ti chiedo, cosa ne pensi della partecipazione di La Sad a Sanremo? Pensi che questo possa dare una smossa ad un genere molto spesso sottovalutato?

Assolutamente sì. Purtroppo, molti miei colleghi ancora non capiscono il bene che possa portare questo genere in Italia, dato che, come dicevo prima, siamo abituato ad ascoltare sempre le stesse cose. Come dicevi anche tu, la nicchia che ascolta questo rock così giovanile è molto grande. Non solo la Sad, ma anche Naska, Bresh e molti altri stanno provvedendo a far cambiare le cose. Sono molto fiducioso, si sta muovendo qualcosa, e spero di farne parte.

 

Con chi ti piacerebbe collaborare in futuro?

Sicuramente con Naska e Bresh, che sento simili al mio genere musicale. Anche Chiello mi piace molto. Se invece, penso al sogno, mi piacerebbe collaborare con Brian May, il chitarrista dei Queen. Vorrei apparisse sul palco ogni volta che mi esibisco. Sarebbe anche figo fare un tour mondiale con lui al mio fianco!




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