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Attesa e incanto: Dada' svela il suo nuovo disco "Mammarella" passo dopo passo - Intervista

In un mondo musicale sempre più dominato dall'istantaneità e dalla frenesia, c'è una cantante che sta riscoprendo il valore della gradualità e dell'arte dell'attesa. Dada', nome d'arte di Gaia Eleonora Cipollaro, sta facendo parlare di sé grazie al suo nuovo ep intitolato "Mammarella", che sta pubblicando tappa dopo tappa ogni venerdì dal 30 giugno scorso.


Il titolo "Mammarella", che significa "piccola mammina" e fa riferimento anche a una varietà di carciofo, è solo uno dei tanti simbolismi che permeano l'universo musicale di Dada'. E, come un carciofo che va sfogliato foglia dopo foglia, Dada' ci invita ad ascoltare il cuore e l'anima delle sue canzoni, scoprendo la materia incandescente che ribolle sotto la superficie.


Ogni brano dell'ep è preceduto da un'introduzione parlata in cui Dada' condivide con l'ascoltatore le storie che andranno a svelarsi attraverso la musica. Ci invita inoltre a scoprire come la lingua napoletana, per lei, non sia mai stata un limite ma un elemento internazionale, capace di trasmettere emozioni universali. In attesa di vederla sul palco del Laos Fest a Scalea, ci introduciamo nella sua musica più da vicino.



Ciao Gaia! In queste settimane sta prendendo forma il tuo nuovo ep “Mammarella”. Come mai hai scelto di svelare al pubblico una traccia a settimana?

Perché ho scoperto il piacere e soprattutto l’esigenza della gradualità nella mia sfera privata e ho pensato che potesse essere altrettanto sano farlo in quella artistica, eludendo le modalità fast-music e cercando di far “appassionare” l’ascoltatore condividendo l’attesa di ogni piccola tappa.

Molto curioso è il titolo “Mammarella” che significa “bambina”, ma allo stesso tempo è il nome di una specifica varietà di carciofo. Cosa si cela dietro questo titolo?

MAMMARELLA non significa bambina, ma “piccola mammina”, ma anche una variazione di carciofo che cresce ad Acerra, città di Pulcinella, di cui qui indosso i panni e tutti i simbolismi che si porta dietro e che ho voluto estremizzare con il pancione per suggerire una matrioska artistica, una gravidanza di possibilità, una poetica in continuo divenire. E come il carciofo va sfogliato, foglia dopo foglia, cercando di mangiare solo la parte buona per poi arrivare al cuore, al frutto morbido, per me è così in tutte le cose e nel mio percorso musicale, che parte da molto tempo fa.


Guardando la copertina dell’ep la prima parola che mi viene in mente è “teatrale”. Sei ritratta in dolce attesa, vestita da pulcinella, senza maschera. Cosa vuoi comunicare attraverso questa immagine?

Sì, come dicevo il simbolismo, l’allegoria, le metafore sono tutte soluzioni espressive che permeano la mia musica, che ha sicuramente un cuore teatrale e letterario; sono sempre stata affascinata da quel verosimile tipico di Giovanni Verga e dal teatro, dai costumi, dalle immagini vivide e romanzate e filtrate dalla mia sensibilità estetica e artistica.


Ogni tuo brano è preceduto da un intro parlato in italiano in cui spieghi ciò che ascolteremo subito dopo. Perché hai sentito la necessità di raccontare le tue canzoni prima dell’ascolto?

Non si tratta di aver sentito la necessità di raccontarle prima di cantarle, perché penso si snodino da sola; mi sento una cantastorie, c’è chi mi definisce artista a 360 gradi e non mi dispiace, ma solo perché adoro dipingere, modellare, inventare, scrivere…Ho scelto le intro parlate come cappello teatrale ulteriore e per il piacere di incorniciare a modo mio le cose: le prime presentazioni sono importanti nella vita!


Negli ultimi anni c’è stata una vera e propria rinascita della musica napoletana. Penso a Liberato o ai Nu Genea per esempio, che stanno spopolando oltre i confini regionali dove a volte la musica in dialetto è circoscritta. Secondo te cosa ha smosso questo processo di crescita e che ruolo dai al dialetto napoletano nella tua musica?

Per me la lingua napoletana non ha mai dovuto districarsi tra limiti, ma solo da pregiudizi. Già Carosone era salito sull’Empire con il napoletano e le sue hit mondiali, ma anche un brano dell’800 come Funiculì Funiculà, non mi sconvolgo più di tanto se oggi questa attrazione già esistente per la città di Napoli si stia rinnovando in un rinascimenta multidisciplinare. Per me il napoletano è come il francese o l’inglese, inevitabilmente internazionale.

Nel tuo primo brano “Verd Mir” parli delle difficoltà che hai avuto nel 2022, causate dall’ansia e dagli attacchi di panico. Che ruolo ha avuto la musica in quel periodo della tua vita e come sei riuscita a liberarti?

Il ruolo centrale lo ha avuto la terapia e il mio lavoro fatto con me stessa, nel mio intimo spazio. Sicuramente le brulicanti esperienze lavorative e musicali intorno mi hanno offerto uno spazio di esorcizzazione, ma quello che davvero salva è guardarsi dentro con il coraggio di un leone, con le mani tremanti di paura, ma perseverare.


In “Tir Tir” ti ritrovi nei panni di Partenope, ma una Partenope che manifesta tutte le sue fragilità, mostrando la sua parte umana. Pensi che nella musica attuale questo fattore venga meno a causa di questa continua rincorsa dei numeri?

Non credo si tratti di numeri e non riesco a commentare questa cosa perché comunque ne sono lontana e non la reputo così influente come attestato di stima/valore; certo un feedback è importante, ma il numero non è la strada più appropriata almeno per il mio mondo. La mia Partenope è stanca e fragile, umanamente stremata e intrappolata, chiede solo di ritornare nelle sue acque, senza morse e senza essere zimbello o idolo di nessuno. Forse oggi c’è molta pretesa di sembrare già pronti, sfacciati, magnificamente divi? Non so. La mia Partenope somiglia più a me.


In “Cose ‘e Criature” fai riferimento alla mappatella, uno straccio in cui si raccolgono le proprie cose e dopo averlo chiuso con un nodo, lo si lega ad una mazza e lo si porta con sé. Se in questa mappatella potessi portare con te delle esperienze che sono state fondamentali per la tua crescita personale e per la tua musica, quali sceglieresti?

Personali le tengo per me, sicuramente tra queste il periodo buio di cui parlo. Professionali porto con me i 7 anni e mezzo che ho condotto avanti e indietro sotto la pioggia 7 giorni su 7 facendo l’educatrice musicale a domicilio per poter dare credibilità presso terzi circa i miei sogni. E poi tutte le ore passate a cercare musica diversa o le lacrime in sordina davanti alle porte sbattute in faccia, anche con molta violenza.


In “Vesuvio” accosti la tua personalità all’imponente vulcano simbolo di Napoli. Quando hai capito che il vulcano potesse essere in qualche modo la tua rappresentazioni in natura?

Quando in terapia ho scoperto che non esiste solo l’aggressività negativa, ma anche quella positiva e aggredire la vita vuol dire letteralmente agguantare la tua possibilità in mezzo a tante e soprattuto cercare di dare forma alla tua materia incandescente che ribolle, da Kaos a Kosmos.


Per concludere passiamo un attimo dal disco alla tua dimensione live. Sarai sul palco del Laos Fest il prossimo 3 agosto, cosa porterai sul palco e cosa invece ti sta regalando questo tour estivo?

Si, un grandissimo tour di cui sono molto grata, così come tutta l’accoglienza che ricevo ad ogni passo e per questo ringrazio davvero il pubblico, con cui sembra essersi instaurato un dialogo profondo e gentile. Ogni data è a sè e per me il pubblico fa la differenza, quindi scopro tutto al momento dello show. Intanto sta andando tutto a meraviglia e passo dopo passo imparo tantissime cose, senza nascondermi.



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