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"Non sono l'unico a sentirsi un alieno"- Intervista a Matteo Alieno


“Alieni” è il secondo disco del cantautore romano Matteo Alieno, uscito il 2 novembre per Honiro Label. Il disco rappresenta l’insicurezza dell’artista e di un’intera generazione nei confronti di un futuro che ci appare sempre più incerto.

E’ un vero e proprio inno di una generazione che si sente aliena sulla terra. Una terra in cui l’empatia, gli affetti e la cultura vengono messi da parte, creando un caos generale che abbiamo creato noi stessi, forse neanche rendendocene conto.

L'artista racconta tutto questo con un linguaggio essenziale ed evocativo, incrociando l’introspezione del nuovo cantautorato italiano con una metaforicità simile a quella di Gianni Rodari.

Per avere una visione più chiara di "Alieni", abbiamo fatto qualche domanda al cantautore!




Ciao Matteo! Il 2 novembre è uscito il tuo secondo album “Alieni”. Di solito il secondo album è il più difficile da scrivere. Come si è sviluppato il processo creativo di questo disco?

Hai detto una cosa veramente vera perché il secondo disco è difficile da scrivere.

Io ho iniziato a scrivere "Alieni" subito dopo "Astronave", quest'ultimo pensavo di portarlo in giro ma poi hanno richiuso tutto e l’inizio della scrittura di alieni è coinciso con un momento difficile. Inizialmente è stato difficile anche trovare l’ispirazione, però in seguito facendo le session con Marta Venturini in studio, sono riuscito a sbloccarmi e a scrivere tutto.



Leggendo il titolo del tuo album viene quasi naturale pensare che sia ben collegato al tuo precedente lavoro “Astronave”. Cosa li lega e cosa li differenzia?

Li differenzia il punto di vista. Prima ero l’unico alieno, adesso mi sono reso conto che in realtà tutte le persone, quando sono sole, penso si sentano in questo modo. Soprattutto dopo la pandemia ho visto molti amici sentirsi degli alieni in mezzo alla gente e quindi ho pensato: “Effettivamente non sono l’unico a sentirsi un alieno”. In questo disco i testi sono molto collettivi, invece di utilizzare la parole "io", utilizzo più spesso “noi”.

Invece ciò li lega è il linguaggio. Penso che la cosa di cui mi sento più fortunato è quella di avere un mio linguaggio, soprattutto nei testi. Sono felici di questo. Credo che i miei dischi saranno una testimonianza delle mia crescita personale.



Curiosa è la copertina dell’album. Sei in una sala di un cinema circondato da persone che indossano degli occhiali 3D e tu sei lì al centro senza occhiali che guardi un film. Che messaggio si cela dietro questo fotografia?

In realtà non ce n’è soltanto uno. Però il primo che mi viene in mente è che io ho sempre invidiato le persone che non riescono a distrarsi o comunque riescono ad essere attenti tutti insieme sullo stesso punto di vista, invece di essere sovrappensiero. Ho sempre invidiato anche ai miei amici la capacità di immergersi tutti nella stessa realtà. Mi sento sempre fuori posto.



Il disco si apre con “Alieni”. Molto curiosa è la frase “Non mi guardare così come uno scemo, come un alieno, perché lo sei anche tu quando resti solo, quando resti tu”. Pensi che siamo tutti alieni una volta che prendiamo le distanze dalla società?

Secondo me si, questo disco parla proprio di questo. Secondo me tutti lo sanno, l'unica differenza è che io lo scrivo, loro no.



Il brano “Più o meno” descrive il tuo sentirti inadeguato in una società e in un’Italia che chiede tanto ma che dona poco. Quali cambiamenti nella società sarebbero per te essenziali per sentirti meno inadeguato?

La prima cosa che mi viene in mente è che vorrei una società che abbia più attenzione verso l’empatia tra le persone. Facendo anche riferimento al disco di Marracash “Noi, loro, gli altri” che ho ascoltato molto, effettivamente la soluzione è nel sottotesto di quel disco che si concentra proprio sull’empatia. Dice in poche parole: Non dividiamoci in tante categorie, ma proviamo a provare empatia tra di noi.

Secondo me una società può chiamarsi tale anche attraverso l’arte, approfondendo i sentimenti delle persone, spiegandoglieli. Per esempio molte volte quando vedo un film o quando ascolto un disco mi capita di accorgermi di capire alcuni sentimenti che magari prima non riuscivo a descrivere. Ecco vorrei una società più attenta alla cultura.



Secondo te ci dovrebbe essere una rieducazione al sentimento per far si che possa succedere?

Secondo me si, perché stiamo vivendo un periodo complicato. Si parla di digitale, metaverso ma dobbiamo stare attenti al mondo che ci appartiene, piuttosto di preoccuparci di quello digitale. Dobbiamo salvaguardare il mondo che ci fa essere umani.




In “Giovani Vecchi” si parla di futuro, un futuro che non promette bene che ci è stato ereditato dalle generazioni precedenti. Tenendo in considerazione le problematiche che purtroppo stiamo ereditando, come vedi il tuo futuro?

Preoccupante, molto preoccupante. Effettivamente sembra che si stia smuovendo qualcosa, ma non so se con questo governo cosa dobbiamo aspettarci, sinceramente. Io nel futuro mi vedo sempre in continua ricerca. Fortunatamente sono abbastanza conscio del fatto che devo crescere e che devo fare le mie esperienze, devo leggere, devo studiare tanto. Non so come mi vedo nel futuro ma spero di essere più preparato alla vita.



Parlando sempre di futuro come credi che cambierà il mondo della musica con il passare degli anni?

Eh non lo so, anche questo mi preoccupa. E’ sempre più fluido, più sottile quindi non lo so in realtà. Vuoi o non vuoi il mondo digitale ha anche assottigliato un po’ la soglia dell’attenzione. Io per esempio amo molto i dischi, poco i singoli. Mi piace molto ascoltare il disco di un artista che mi piace, nel momento in cui esce poi vorrei avere il tempo di approfondirlo. Però effettivamente escono tantissimi dischi a settimana e capisco anche per chi ascolta musica, fa fatica a fermarsi sul lavoro di un disco. Poi vorrei che la gente capisse che ci sono molte persone che lavorano nel mondo della musica. Ogni contenuto, ogni video, tutto il materiale prodotto per promuovere un disco sono frutto di persone che ci lavorano. Spero che passi di più questa cosa in futuro. Adesso la musica sembra quasi un gioco, ma in realtà deve essere presa sul serio. La facilità di far musica negli ultimi tempi ha aspetti sia positivi che negativi. Fa uscire tante cose inedite, ma allo stesso tempo non premia le persone che magari lo fanno con un po’ più di serietà. Però alla fine penso che i nodi vengano al pettine, le persone che lo fanno seriamente poi si vedono.



In “Telegiornali” la parola ha un ruolo cruciale. Nella quotidianità ci arrivano parole dalla pubblicità, dalle persone, anche i luoghi a modo loro parlano. Quanto ti fai influenzare dalle parole che ogni giorno ci travolgono?

Tantissimo però invece di leggere tutte le informazioni che ci troviamo davanti, preferisco leggermi un libro. Magari uno si ritrova ad informarsi su instagram, però è meglio leggere un libro a riguardo, piuttosto che dire la mia semplicemente leggendo le parole che ci propongono.




In “Giungla” racconti il caos della nostra quotidianità attraverso metafore ed intrecci stravaganti. L’unica cosa che può salvarci sono gli affetti. In questo periodo l’affetto e la solidarietà sembrano mancare sempre di più nel mondo in cui viviamo. Secondo te come ci si è arrivati a tutto ciò?

E’ tutta colpa nostra, abbiamo premiato la comodità sulle funzionalità delle cose, cioè abbiamo pensato di più a quanto è più comodo quello che fa funzionare meglio le cose, mettendo in secondo piano gli affetti. Però penso che ce ne stiamo rendendo conto, non mi sento di essere troppo pessimista.



”Dimmi” e “Il tuo ritratto” sono due canzoni d’amore. La prima l’amore ha il compito di confortare il tuo malessere e la seconda è una dolce descrizione dell’emozioni e dell’amore che provi per una persona. Che ruolo ha l’amore nella tua vita privata e artistica?

Ovviamente sembra banale ma l’amore, in tutto ciò, ha il ruolo più importante. Penso che passare una vita, senza innamorarsi delle cose, sia una vita senza niente. Sarebbe anche una vita scontata, una vita sciapa.



Molto interessante è l’ultimo brano dell’album. In questa canzone sei un uccello che guarda i posti di una vita raccontando vari momenti del passato. Come è nata questa canzone? Pensi che guardare il passato in maniera distaccata possa farti apprezzare maggiormente quello che avevi?

Assolutamente si. Purtroppo o per fortuna le cose che passano assumono anche significati diversi. Magari uno fa fatica a viversi le cose sul momento, mentre poi quando passa il tempo, riesce a vedere in modo diverso le cose e assumono un po’ di romanticismo. Quindi diciamo che volevo riguardare la strada che ho percorso fino ad ora e raccontarla. Devo dire che è stata anche terapeutica, perché mi sono reso conto di tante cose a cui non davo peso. Ecco una cosa di cui mi sono reso conto è che alla fine la vita va e quindi non bisogna pensare troppo alle cose. La vita passa, conosci le persone, le cose le vivi e non vale neanche troppo la pena preoccuparsi di progettarla la vita, perché tanto alla fine la vita c’è.



Perché hai scelto di rappresentarti come un uccello in questa canzone?

Ho scelto di rappresentarmi come un uccello prendendo ispirazione da un film di Elton John. Nel film lui arrivava in questo locale e diceva: "Siamo stanchi perché ho volato da Londra fino all’America, abbiamo le braccia stanche”. Mi piaceva questa metafora che li raffigurava come se fossero uccelli. Mi sono messo al pianoforte e ho scritto il pezzo.



Questo tuo nuovo progetto discografico verrà affiancato da un tour?

Il live sarà la prova del nove e sono molto felice di farla questa prova. Ne sento proprio il bisogno. Vorrei fare qualcosa di più, piuttosto che un semplice suonare le canzoni del disco, ma fare uno show. Magari ci saranno ospiti non prettamente musicali e mi piacerebbe che il concerto venisse diviso in tre parti. Dopo tutto questo tempo che è passato sento una certa responsabilità, visto che non ho mai suonato veramente. Vorrei superarmi.



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